Lorenza Machín Alarcón: “Bisogna scendere in strada e rivendicare: a casa non si ottiene nulla”
La storica attivista e artista canaria avrà una via a lei intitolata nel capoluogo. A fine luglio il consiglio comunale di Puerto del Rosario ha dato il via libera alla sostituzione del nome di Almirante Fontán Lobe con quello di Lorenza Machín Alarcón. La decisione dà attuazione alla Legge sulla memoria democratica e riconosce il percorso di vita di una strenua difensora dei diritti delle persone.
A fine luglio il consiglio comunale di Puerto del Rosario ha dato il via libera al cambio di denominazione della via Almirante Fontán Lobe, che prenderà il nome di Lorenza Machín Alarcón. Un riconoscimento istituzionale a una delle figure più rappresentative dell’attivismo sociale, sindacale, femminista e culturale di Fuerteventura, e un ulteriore passo nell’attuazione della Legge sulla memoria democratica, che impone di rimuovere dagli spazi pubblici nomi e onorificenze che esaltano la dittatura franchista.
La decisione arriva appena due settimane dopo l’intervista che La Voz de Fuerteventura ha realizzato a Lorenza Machín durante un soggiorno sull’Isola. In quell’occasione l’attivista aveva ridimensionato l’importanza del riconoscimento personale, sottolineando invece l’affetto ricevuto nel corso di una vita dedicata all’impegno. “Ho già l’affetto del popolo majorero. Lo sento, ed è reciproco, perché Fuerteventura mi ha insegnato molto e credo di aver dato anch’io il mio contributo a Fuerteventura”, affermava.
Machín ricordava di non aver mai considerato la rivendicazione una ricerca di riconoscimenti personali, bensì un dovere civico. “Sono tra quelli che pensano che, per ottenere qualcosa, bisogna scendere in strada e rivendicarlo. A casa non si ottiene nulla”, assicurava questa donna ormai ottantenne, dalle convinzioni salde e dalla voce gentile.
Dall’imparare a leggere con Radio ECCA all’impegno politico
Arrivò a Fuerteventura da bambina. Dovette mettersi presto a lavorare, lasciando da parte la scuola per dare una mano in casa. Per fortuna, qualche anno dopo scoprì Radio ECCA. Fu uno dei momenti che segnarono senza dubbio la sua vita. Lì imparò a leggere e a scrivere, ampliò la propria formazione e anche il modo di comprendere e interpretare il mondo. Aprì inoltre gli occhi su molte ingiustizie vissute durante la dittatura e subite direttamente, come raccontò, dalla sua stessa famiglia.
“Quella formazione mi ha cambiato la vita. Ho capito tante storie e ho deciso che non potevo restarmene a casa”, ricordava, grata all’organizzazione che è ancora attiva con il nome di Ecca.edu e continua a contribuire alla formazione di tante persone.
Dopo la legalizzazione del Partito Comunista e di Comisiones Obreras, Lorenza Machín pronunciò uno dei primi discorsi pubblici tenuti da una donna a Fuerteventura. Fu durante una celebrazione del Primo maggio nel terrero di lotta di Puerto del Rosario. Al termine, un’anziana le si avvicinò e le disse: “Grazie, Lorenza, sei la prima donna che scende in strada per difendere noi donne”.
Una vita legata alle lotte sociali
Anche se la sua attività politica iniziò nel Partito Comunista, Lorenza Machín spiegò di aver sempre inteso l’attivismo in una prospettiva molto più ampia. “La lotta è come una catena con tanti anelli. Non puoi rafforzarne uno soltanto e dimenticare gli altri”, osservava, spiegando così il proprio impegno nel sindacato, nel femminismo, per i diritti delle persone LGTBI, la difesa delle persone migranti, la parità sul lavoro e la pace.
Ha lavorato per 28 anni all’Hospital General de Fuerteventura, dove ha ricoperto anche incarichi sindacali e partecipato a numerose rivendicazioni dei lavoratori.
Il teatro come strumento di trasformazione
Una separazione nella vita privata, a 58 anni, la portò a scoprire il teatro, una disciplina che sarebbe diventata uno dei principali strumenti del suo attivismo.
“Per evitare di prendere farmaci, mi sono data al teatro e ho scoperto uno strumento per far riflettere le persone”, spiegava.
Da allora ha promosso spettacoli incentrati sulla parità, la violenza maschilista, la prostituzione e gli abusi sessuali, tra cui *Mujeres en la noche* e *Las que callamos*, opere pensate per stimolare la riflessione sociale più che per offrire un semplice intrattenimento.
Ha raccontato anche che, una volta in pensione, chiese un prestito per comprare una videocamera e viaggiare in Cile. Durante il tragitto ne approfittò per leggere il manuale e imparare a registrare. Era il suo obiettivo e lo raggiunse, anche se non senza difficoltà, che le lasciarono qualche conseguenza nella vita.
Intervistò, filmò e montò il documentario *Mapu Ñuke (Madre Tierra)*, che riuscì così a vedere la luce. È dedicato a dodici donne impegnate nella difesa dei diritti umani, alcune di qui e altre di altrove.
“Non mi pento di nulla. A casa ho dei veri gioielli”, affermava ricordando quel progetto, nonostante l’impegno economico che aveva comportato.
Vivere con coerenza
Nel corso dell’intervista ha parlato con naturalezza anche del momento in cui decise di rendere pubblica la sua relazione con Carmen, dopo una vita segnata da convenzioni sociali che non rispecchiavano la sua vera identità.
“Se ieri mi volevano bene come Lorenza Machín Alarcón, oggi ho qualcosa di più importante da dire: mi sono innamorata di una donna, ma resto la stessa Lorenza”.
Oggi vive con sua moglie Carmen a Gran Canaria, cercando la tranquillità e facendo fronte a tutti gli impegni di un’agenda ancora molto intensa.
Partecipa a ogni genere di iniziative sociali e a quelle dei collettivi impegnati nelle rivendicazioni, ma trova spazio anche per la sua vena artistica.
Attrice, scrittrice, regista... e, da poco, quella “nonna” con cui l’artista Quevedo sta promuovendo il suo Baifo Tour.
Per sentirsi viva e mantenere la scintilla nei suoi occhi, Lorenza ha bisogno di seguire l’impulso dei propri desideri.
Nel continuo andare e venire, riempie anche quaderni e taccuini di testi e poesie, scritti con una calligrafia bella e curata.
Tra le righe c’è sempre il suo messaggio: “La cosa più straordinaria che abbiamo è vivere consapevoli di chi siamo, senza che nessuno ci dica chi siamo o dove stiamo andando. Quando arriverà il momento, potrai dire di aver vissuto come volevi, con dignità”.
Fonte: La Voz de Fuerteventura